È stata approvata una direttiva (Direttiva Barnier) sulle Collecting Societies (le società di gestione collettiva dei diritti d’autore, in Italia la Siae), la quale risolve l’annoso problema dell’impossibilità per un autore iscritto di scegliere di diffondere alcune sue opere in condizioni open, così che se la sua musica viene diffusa in un luogo pubblico (un bar, un ristorante) non sia necessario pagare la Siae. La direttiva impone infatti a tutte le collecting societies dell’Unione Europea di operare alcune modifiche ai loro meccanismi di funzionamento in tal senso.

È uno degli argomenti più dibattuti tra coloro che si occupano di licenze Creative Commons: perché un autore iscritto alla Siae non dovrebbe poterscegliere liberamente se lasciare una sua opera in gestione alla Siae o se diffonderla in un regime di “autogestione” dei diritti, applicandovi una licenza open?

In questi giorni il tema è tornato nuovamente agli onori della cronaca grazie all’approvazione della direttiva Barnier. Tra i punti chiave della direttiva c’è proprio un riferimento esplicito al fenomeno dell’open licensing: si chiede infatti alle collecting europee una maggiore flessibilità, in modo da rendersi più adeguate ad un mercato dei contenuti creativi sempre più digitale e transnazionale.

Ma facciamo un passo indietro per capire meglio i termini della questione. Il Regolamento della Siae contiene una norma (l’art. 24) che espressamente rende incompatibile l’utilizzo di licenze tipo Creative Commons da parte di autori iscritti Siae, i quali sono tenuti, per tutta la durata dell’iscrizione, a dichiarare tempestivamente la creazione di nuove opere e a non rilasciare autonomamente permessi per il loro sfruttamento. L’esito è un “o tutto o niente” per effetto del quale, l’autore che tempo fa ha deciso di associarsi per fruire dei servizi della Siae non può nemmeno occasionalmente rilasciare qualche sua opera con licenze di libera ridistribuzione. Ciò poteva essere comprensibile in un mercato pre-digitale, mentre risulta oggi meno accettabile, atteso che gli autori hanno la possibilità ora di diffondere le loro creazioni anche in rete attraverso canali meno intermediati e di cui hanno diretto controllo (siti web, profili social, etc.).

A dimostrare che si tratta di una cosa fattibile, c’è l’esempio più noto della Buma/Stemra, società di gestione collettiva olandese che per prima in Europa ha concesso questa possibilità ai suoi autori.

Anni fa (a fine del 2008) era stato inaugurato anche un gruppo di lavoro misto tra Siae e i giuristi di Creative Commons Italia al fine di trovare una soluzione in tal senso; tuttavia i lavori sono stati abbandonati da Siae prima della formalizzazione di un documento definitivo, per la sopravvenienza (pare) di questioni più urgenti legate al commissariamento e ai problemi di bilancio.

Per la cronaca, la direttiva (votata a larghissima maggioranza dal Parlamento Europeo) attende ora l’approvazione del Consiglio Europeo; dopo di che gli Stati Membri avranno 24 mesi per adattare le normative interne. Si attende dunque a breve la pubblicazione del testo ufficiale.

Si spera a questo punto che il legislatore italiano colga l’occasione (ora obbligata) per mettere le mani ad una riforma più lungimirante dell’ente (con l’abolizione del regime di monopolio e con l’abbattimento dell’anacronistico apparato burocratico) e si spera per una più ampia rivisitazione dell’intera normativa interna sul diritto d’autore, il cui impianto originario – ricordiamolo – è ancora del 1941.


Simone Aliprandi

[fonte: www.mysolutionpost.it – art. di di Carlo Piana – 6 febbraio 2014]

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