“Macché Sanremo! Iscrivetevi al Festival mondiale della canzone funebre”. Si svolge ogni 2 novembre in un paese friulano che ha deciso di estinguersi

La voce è quella del verbo essere e proviene dall’oltretomba. Più che un Festival di Sanremo, sembra il Festival di Saremo, all’insegna dell’epitaffio scolpito su molte lapidi nei cimiteri: «Ciò che noi siamo voi sarete, ciò che voi siete noi fummo». Si chiama Festival mondiale della canzone funebre e si svolge nel giorno della Commemorazione dei defunti a Rivignano, ridente (non troppo) paese della provincia di Udine. Piuttosto comprensibile che Rocco Burtone, organizzatore, direttore artistico, presentatore e factotum della bizzarra manifestazione, sia qui a parlarmene avvolto in un maglioncino che ha lo stesso punto di viola della pianeta indossata dal prete al funerale.

Viene spontaneo immaginarselo nei panni di un esequiale don Fabio Fazio che annuncia: «Di Patrone, Petris, Tellini e Malduca: Ignavi (Soffro, ergo vivo). Dirige l’orchestra il maestro Maurizio Malduca. Cantano Le Malpepate». Pare persino di udire il coro: «E morir ci fa paura / pure dopo sarà dura? / Non ci sarà da lavorare / né decidere o pensare. / Prima o poi succederà / pure a voi toccherà / ci vediam dall’altra parte / senza averi e senza arte». Non meno deprimente il ritornello: «Siamo fatti per soffrire / siamo quasi sul finire. / Requiem requiem».

Così è andata l’ultima volta, il 2 novembre 2013. Hanno vinto loro, Le Malpepate, quattro friulane sulla cinquantina, talmente comprese nella parte che si sono esibite in nero con ali d’angelo attaccate alle scapole. L’anno prima, oltre a velluti e pizzi da obito, sfoggiavano la veletta dello stesso colore. Non che gli altri concorrenti siano da meno. C’è chi s’è presentato persino con i lumini accesi. Come il professor Pierluca Montessoro, ordinario presso la facoltà d’ingegneria dell’Università di Udine, compositore e cantautore regolarmente iscritto alla Siae, che ha eseguito il brano Canzone dell’addio, con il gruppo All’ultimo momento, dopo aver piantato in palcoscenico una lapide con tanto di vaso portafiori. Sul marmo erano scolpiti un nome di fantasia, Tommy Lee Lewis, e le date immaginarie di nascita e di morte. Ma la foto del caro estinto smaltata dentro l’ovale era proprio quella del docente canterino.

Sarebbe fuorviante pensare che tutto ciò accada in un paese di anime morte. L’esatto contrario: sono più vive che mai, anzi nate appena ieri, a cominciare dal sindaco, Mario Anzil, 43 anni, avvocato, ex ufficiale dei carabinieri nelle missioni umanitarie all’estero, a capo d’una coalizione di centrodestra. Avendo nel 2009 espugnato Rivignano dopo 15 anni di centrosinistra, Anzil ha dimostrato una vitalità così straordinaria da accettare di autoestinguersi, sicuro di poter poi risorgere dalle proprie ceneri alle prossime elezioni, già convocate per maggio. Risale infatti allo scorso Capodanno la nascita di Rivignano Teor, nuovo Comune nato dalla fusione di due municipalità in ossequio alla spending review. Il referendum consultivo che ha visto approvare l’accorpamento, con il 97% dei sì a Rivignano e il 73% a Teor, ha riscosso il plauso del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Dalle parti del Quirinale in effetti dev’essere sembrato impossibile che sindaci, assessori e consiglieri abbiano rinunciato volontariamente alle poltrone. I 4.430 abitanti di Rivignano e i 1.952 di Teor sono diventati dalla sera alla mattina 6.382. Più vitali di così.

Anzil si destreggia egregiamente fra l’alfa e l’omega. Per esempio ha fatto piantare oltre 50.000 alberi – avete letto bene – per infoltire il parco comunale dello Stella. Ma, nel contempo, al cadere delle prime foglie è sempre stato sollecito nel far stampare a spese del Comune i manifesti per il Festival mondiale della canzone funebre, listati a lutto con una cornice nera spessa due dita e ingentiliti, oltre che dallo stemma municipale, da un crisantemo.

Al resto provvede Burtone, 63 anni venerdì prossimo, musicista, attore, scrittore ed editore nato a Spilimbergo, laureato in pedagogia all’Università di Trieste, già contitolare di un’azienda di pelletteria, la Zavagno Emanuelli di Udine, che esportava borse in tutto il mondo e aveva una showroom sulla Quinta strada a New York. Il deus ex machina del festival funerario ha preso dal padre Sebastiano: «Suonava con Mario Pezzotta, il più grande trombonista d’Europa, in un complessino di rifugiati civili e militari internati in Svizzera durante la seconda guerra mondiale».

Oltre al temperamento artistico, a Burtone non fa difetto lo spirito d’avventura. Gene di famiglia. Negli anni Settanta, il direttore delle Poste di Udine, il quale portava il suo stesso cognome, gli spiegò che i Burtone del Friuli Venezia Giulia sarebbero eredi illegittimi di Richard Francis Burton, esploratore britannico morto nel 1890 a Trieste, famoso per aver risalito il Nilo fino alle sorgenti e per aver visitato le città sante di Medina e La Mecca travestito da pellegrino musulmano. Burtone presiede dal 1985 l’associazione Musicisti Tre Venezie che organizza il mesto concorso canoro.

Certo che avete una bella fantasia.
«Nessuna fantasia. Da tempo immemorabile la sera del 2 novembre Rivignano si raduna in piazza per ricordare i defunti con il bal sul brear, ossia un ballo rumoroso su un pavimento in legno che ha lo scopo di scacciare paura e tristezza».

Un rito pagano.
«Sì e no. Oggi è un appuntamento all’interno della Fiera dei santi, che in questo 2014 compie un secolo. Qualche anno fa Enrico Tonazzi, musicista e cabarettista, ebbe l’idea di andar lì a suonare all’aperto il 2 novembre con il Trio Frizzi Comini Tonazzi, che in passato fu ospite di Renzo Arbore in televisione. E così nel 2011 abbiamo deciso di lanciare il Festival mondiale della canzone funebre».

L’idea ha avuto subito successo?
«Mica tanto. Alla prima edizione l’unico concorrente ero io. Ho supplicato la giuria di non votarmi. Niente da fare: m’è toccato vincere. Una figuraccia di cui ancora mi vergogno. Nel 2012 la gara è decollata: folla strabocchevole e molti ospiti. È stato premiato Giacomo Toni, un musicista di Forlì, che ha registrato un Cd intitolato Musica per ambulanze».

Sempre temi allegri.
«A Rivignano ha vinto con il brano Il bevitore longevo, la storia di un irriducibile sbevazzatore che aveva “portato i crisantemi / a tutti i suoi amici astemi”».

Ma è un festival triste o scherzoso?
«Entrambe le cose. Ci sono cantautori che parlano della morte in termini filosofici e religiosi».

Quindi, vabbè che va per gli 85 anni, ma verrebbe ammesso pure il musicologo Gino Stéfani con il suo Io credo risorgerò, il brano che si canta mentre la bara esce dalla chiesa?
«Certo. Per il 2014 è già arrivata l’adesione di un compositore che scrive solo inni religiosi. Nell’ultima edizione Denis Casarsa, un friulano residente a Fano, ha fatto piangere tutti con la sua Vajont: “Regna la pace in quella distesa di nomi bianchi senza un volto / segnati soltanto da un’età scolpita troppo prematura”».

Sì, ma che mi dice di Sdrindule con il duo I lo…culi? Un po’ sacrilego.
«È un cabarettista friulano molto bravo. Si chiama Ermes Di Lenardo. Si presenta con frac e cilindro e privilegia il lato ironico della morte».

E Il Copet che ho visto fra i concorrenti chi è? Un serial killer?
«Stefano Copetti di Gemona. Si esibisce con un gruppo popolare, ma non può dedicare al canto tutto il tempo che vorrebbe, perché ha un lavoro che lo porta sempre in giro per l’Europa».

E Franz Merkalli che ha cantato Trapassat con i Tellurica?
«Persona seria. È Massimo Cossi, commercialista molto noto a Udine. Ha studiato da tenore. La sera si trasforma e fa heavy metal con i Tellurica. Trapassat prendeva in giro l’Udinese e i friulani».

Chi sceglie i brani da ammettere ?
«La prima cernita la faccio io con Tonazzi. È un lavoraccio. L’anno scorso ci sono arrivate un centinaio di canzoni. Scartiamo a priori quelle con le basi musicali».

Alla fine quanti concorrenti restano in gara?
«L’ultima edizione erano 25. Un successone».

Il primo classificato che cosa vince?
«Una tomba».

Sta scherzando?
«No, no. Il Comune mette a disposizione una sepoltura nel cimitero di Rivignano. È una zona molto amena, sa? Ricca di risorgive, ideale per le gite in bicicletta».

Le vedo difficili post mortem.
«Per la verità finora nessun vincitore ha accettato di riscuotere a tempo debito questo premio. Gli bastano il magnum di vino e il quadro di un artista di Rivignano. L’ultima volta ho voluto che venisse aggiunta una tastiera elettronica che trascrive le note musicali sul computer».

E chi paga?
«Provvede il Comune: premi, ospitalità agli artisti, teatro tenda riscaldato. Che alla fine tanto riscaldato non è, visto che si registra un tale afflusso di pubblico da costringerci ad aprire i teloni laterali».

Cioè quanti spettatori arrivano?
«Più di un migliaio».

Il parroco non protesta per questa sarabanda davanti alla sua chiesa?
«Chi, don Paolo Brida? No, anzi! Canta da tenore e suona la batteria. Nel 2013 avrebbe voluto esibirsi fuori concorso a fine festival, ma c’era una folla così imponente che non è nemmeno riuscito ad arrivare fino al palco».

Avete ospiti d’onore come a Sanremo?
«Ovvio. Nel 2012 è venuta Donatella Luttazzi, figlia del compianto Lelio Luttazzi. Ha cantato Una zebra a pois, che suo padre scrisse per Mina, e ha presentato L’unico papà che ho, libro nel quale ricorda l’incredibile errore giudiziario che rovinò la carriera e la vita del musicista triestino. Arrestato nel 1970 con l’accusa di detenzione e spaccio di stupefacenti, Luttazzi fu tenuto in galera 27 giorni. Alla fine si accorsero che non c’entrava nulla. Donatella restò a casa da scuola per la vergogna. Al ritorno, le compagne di classe le dissero che una professoressa aveva commentato così la sua assenza: “Non c’è? Sarà in galera anche lei”».

E l’anno scorso chi era l’ospite?
«Giovanni Scrizzi con Gli Essenziali. Un gruppo fantastico. Fanno spettacoli multisensoriali di armonia aromatica».

Con incenso e turibolo?
«Con teli impregnati di olii essenziali».

Come nel sepolcro.
«Li fanno svolazzare fra il pubblico. Per ogni musica cambia il profumo».

Chi presenta il Festival mondiale della canzone funebre?
«Io e Tiziana Cosmi, detta Titti la Rossa, molto spigliata e simpatica».

Chi vedrebbe bene al posto vostro?
«Daniele Piombi. O è morto?».

Non mi pare.
«Anche Emanuele Filiberto di Savoia».

E come cantante professionista chi le piacerebbe avere in gara?
«Vogliamo fare Luca Carboni? Anzi, meglio Povia. Dopo aver guarito Luca che era gay potrebbe scrivere qualcosa sulla salvezza delle anime».

In questi giorni ha seguito il Festival di Sanremo?
«Per carità! Fino a qualche anno fa il Messaggero Veneto mi chiedeva di fare il giurato regionale e mi prestavo per pura cortesia. Una pizza infinita. Non ascolto le canzonette che piacciono alla zia Caterina. Preferisco Ray Charles, che è morto. O Tom Waits e Paolo Conte».

Al Festival della canzone funebre i politici si fanno vedere?
«A parte il sindaco Anzil, manco uno. Avranno paura che porti male».

Da che cosa lo deduce?
«Dalla loro paraculaggine. Le racconto un episodio banale. Ho una piccola casa editrice, Edizioni del Sale, che ha pubblicato De viscerorum eloquentia, un capolavoro di 320 pagine tutto incentrato sul peto. Un pretesto per trattare con rara delicatezza di filosofia, letteratura, poesia. L’autore, Licinio Rudivalle, stimato avvocato udinese, ha chiesto a un suo collega, sindaco di un Comune della provincia, di presentarlo, ma quello s’è rifiutato: aveva paura di passare per scoreggione, pensi un po’ lei».

Che cosa crede che ci sia dopo la morte?
«Mi considero una via di mezzo fra un ateo e un agnostico. Non potendo avere una risposta, non mi pongo la domanda. Ma non vedo l’ora di scoprirlo. Al di là della paura che m’incute, ritengo che la morte sia l’avventura più affascinante della vita».

Johann Sebastian Bach, morendo, disse: «Finalmente si va ad ascoltare la vera musica».
«Un ottimista».

Gradirebbe applausi al suo funerale?
«Nooo! Lo considererei un oltraggio».

Vorrebbe farsi cantare qualcosa?
«Il mio brano più famoso. Negli anni Settanta era diventato l’inno ufficiale della contestazione. Lo intonavano tutti. Un motivo gentile, non urlato».

Come s’intitola?
«Andate a cagare».
(690. Continua)
[fonte: Il Giornale.it – articolo di  – Dom, 23/02/2014 – 09:13]

 

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